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CBAM e industria: oltre la compliance, verso nuove scelte di filiera

CBAM e industria: oltre la compliance, verso nuove scelte di filiera


Negli ultimi mesi il termine CBAM ha iniziato a comparire sempre più spesso nelle conversazioni tra industrie, fornitori e uffici acquisti. Si tratta di un meccanismo destinato a incidere in modo chiaro e concreto sulle filiere produttive europee.

Il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) è uno strumento introdotto dalla Unione Europea con un obiettivo preciso: ridurre il rischio che la produzione industriale venga spostata fuori dall’Europa verso Paesi con standard ambientali meno stringenti, generando concorrenza sleale e maggiori emissioni globali. In pratica, il CBAM introduce un sistema di compensazione delle emissioni di CO₂ associate ai prodotti importati da Paesi extra-UE, allineandole ai costi ambientali già sostenuti dalle aziende europee.

Nella sua fase iniziale, il CBAM riguarda materiali chiave come acciaio, alluminio, cemento ed energia: settori che rappresentano la base di moltissime filiere industriali, compresa quella della viteria e bulloneria. Anche le aziende che non importano direttamente questi materiali, ma li acquistano lungo la catena di fornitura, inizieranno progressivamente a confrontarsi con nuovi obblighi informativi, maggiore tracciabilità e un’attenzione crescente alle emissioni incorporate nei prodotti.

Come funziona?



Con l’ingresso nella fase definitiva, il CBAM è diventato un meccanismo pienamente operativo, con effetti concreti non solo sul piano informativo ma anche economico. Oggi, le aziende che importano nell’Unione Europea determinate categorie di beni ad alta intensità di carbonio sono tenute a dichiarare annualmente le emissioni di CO₂ incorporate nei prodotti importati e a coprire tali emissioni attraverso l’acquisto di certificati CBAM. Il prezzo dei certificati è allineato a quello delle quote del sistema ETS europeo, così da garantire condizioni di concorrenza equivalenti tra produzione interna e importazioni extra-UE.
In pratica, il CBAM estende alle merci in ingresso nel mercato europeo lo stesso principio già applicato alle aziende europee: chi immette sul mercato prodotti con un elevato impatto emissivo deve farsi carico del relativo costo ambientale. Questo passaggio rende il tema della tracciabilità delle emissioni lungo la filiera centrale nelle scelte di approvvigionamento. Non si tratta più solo di rispettare un obbligo normativo, ma di ripensare il rapporto con i fornitori, la qualità dei dati disponibili e la capacità di gestire informazioni sempre più strategiche per la competitività aziendale.

Chi interessa? Chi è esentato?



Il CBAM non riguarda indistintamente tutte le aziende, ma si applica in modo preciso a chi importa nel territorio dell’Unione Europea determinate categorie di merci ad alta intensità di carbonio. I soggetti direttamente obbligati sono gli importatori — o, in alcuni casi, i loro rappresentanti doganali indiretti — che immettono nel mercato europeo prodotti come acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, energia elettrica e idrogeno. È importante sottolineare che l’obbligo non dipende dal settore in cui opera l’azienda, ma dal ruolo che essa ricopre nella catena di importazione: anche un distributore o un rivenditore B2B può rientrare pienamente nel perimetro del CBAM se è il soggetto che sdogana la merce.
Sono invece escluse dagli obblighi CBAM le aziende che importano quantità inferiori alla soglia annua prevista dal regolamento (che corrisponde a 50 tonnellate), così come chi acquista esclusivamente merci prodotte all’interno dell’Unione Europea. Tuttavia, anche per le imprese formalmente esentate, il CBAM non è irrilevante: la crescente attenzione alla tracciabilità delle emissioni lungo la filiera fa sì che i requisiti informativi richiesti agli importatori si riflettano progressivamente anche sui fornitori e sui partner commerciali. In questo senso, il CBAM non è solo una norma che distingue tra obbligati ed esentati, ma un fattore che influenza l’intero ecosistema industriale, ridefinendo criteri di selezione, collaborazione e affidabilità lungo la catena di fornitura.

Quali sono le fasi di implementazione? Cosa cambia dal 1° gennaio 2026?



Il CBAM è stato progettato con una struttura in due fasi, proprio per consentire alle aziende e alle filiere di adattarsi progressivamente a un cambiamento profondo.

  • La prima fase, avviata nell’ottobre 2023, aveva carattere transitorio ed era focalizzata esclusivamente sulla raccolta dei dati: gli importatori erano tenuti a comunicare le quantità di merci importate e le emissioni di CO₂ incorporate, senza alcun obbligo economico. Questo periodo ha avuto una funzione di “apprendimento”, utile a testare metodologie, sistemi informativi e flussi di collaborazione con i fornitori. 
  • Dal 1° gennaio 2026, con l’ingresso nella fase definitiva, il CBAM ha cambiato natura: alla rendicontazione si è affiancato un impatto finanziario diretto. Le aziende interessate devono ora presentare una dichiarazione annuale e acquistare certificati CBAM in misura proporzionale alle emissioni dichiarate, a un prezzo allineato a quello delle quote ETS. Il meccanismo diventa così pienamente operativo e trasforma il dato ambientale in una variabile economica reale, che incide sulle strategie di acquisto, sui costi e sulle relazioni di filiera all’interno dell’Unione Europea.

Proprio per accompagnare questo passaggio, la Commissione europea ha introdotto il pacchetto di semplificazione Omnibus, con l’obiettivo di ridurre la complessità amministrativa soprattutto per le imprese di dimensioni più contenute. Tra le principali novità rientrano: l’introduzione di una soglia minima di applicabilità basata sui volumi importati, l’estensione delle tempistiche per alcune scadenze e una maggiore flessibilità nella gestione dei dati e delle autorizzazioni. Interventi che non cambiano l’impianto del CBAM, ma ne rendono l’attuazione più graduale e sostenibile, senza ridurne l’efficacia sul piano ambientale e competitivo.

Come si integrano le normative climatiche ed ESG?



Il CBAM non è una misura isolata, ma si inserisce in un quadro più ampio di normative climatiche ed ESG che stanno ridefinendo il modo in cui le aziende misurano, comunicano e gestiscono il proprio impatto ambientale. Da un lato, il CBAM introduce un meccanismo operativo che attribuisce un costo alle emissioni di CO₂ incorporate nei prodotti importati; dall’altro, le normative ESG spingono le imprese a rendicontare in modo strutturato i propri impatti ambientali, sociali e di governance, includendo sempre più spesso le emissioni lungo la catena di fornitura. In questo contesto, i dati richiesti dal CBAM — in particolare quelli relativi alle emissioni associate ai materiali acquistati — diventano una base informativa coerente anche per la rendicontazione ESG, soprattutto per quanto riguarda le emissioni indirette e la trasparenza delle filiere.
Per le aziende, questo significa che il CBAM e gli obblighi ESG non vanno gestiti come percorsi separati, ma come parti di un unico processo: la capacità di raccogliere dati affidabili dai fornitori, interpretarli correttamente e integrarli nei sistemi interni diventa un elemento centrale sia per la conformità normativa sia per la credibilità verso clienti, partner e mercato. In altre parole, il CBAM contribuisce a rendere misurabile e verificabile ciò che, fino a poco tempo fa, restava spesso una dichiarazione di principio nelle strategie ESG, rafforzando l’allineamento tra obiettivi climatici, scelte operative e responsabilità d’impresa all’interno dell’Unione Europea.

Una visione pratica di questa nuova realtà



Più che una semplice normativa, il CBAM segna un cambio di approccio: non riguarda solo il rispetto delle regole, ma il modo in cui le aziende scelgono i fornitori, costruiscono relazioni di filiera e pianificano il proprio futuro industriale. Per questo abbiamo deciso di affiancare all’analisi tecnica una lettura più concreta e imprenditoriale, raccogliendo il punto di vista di chi vive ogni giorno il mercato, le sue complessità e le sue evoluzioni. Abbiamo quindi intervistato Paolo Scopel, fondatore di Univiti, per capire come il CBAM stia cambiando le dinamiche del settore e quali riflessioni strategiche può offrire a chi opera nel B2B industriale.

Quando ha sentito parlare del CBAM per la prima volta, qual è stata la Sua prima reazione come imprenditore?

La prima reazione è stata di cautela. Non tanto per il costo in sé, quanto per l’incertezza: nuove regole, dati incompleti, interpretazioni diverse. Da imprenditore, quando una norma è ancora in fase di assestamento, la cosa più importante è capirla bene prima di reagire in modo affrettato.

Secondo te, il CBAM cambierà il modo in cui le aziende scelgono fornitori extra-UE rispetto a quelli europei?

Sì, ma non in modo immediato e automatico. Non credo a un ritorno improvviso al “solo europeo”. Piuttosto, il CBAM renderà più visibili le differenze tra fornitori extra-UE: chi è organizzato, trasparente e collaborativo avrà ancora spazio; chi lavora solo sul prezzo farà più fatica.

Per un distributore come Univiti, quali sono le principali attenzioni da avere quando si parla di CBAM e tracciabilità prodotti?

La prima attenzione è la qualità dei dati: sapere da dove arriva il prodotto, chi lo produce e con quali processi. La seconda è non scaricare confusione sul cliente finale. Il nostro ruolo è filtrare la complessità normativa e trasformarla in scelte operative coerenti, senza creare allarmismi inutili.

Pensi che il CBAM possa diventare un elemento di selezione naturale del mercato, premiando le aziende più organizzate e trasparenti?

Sì, ma in modo graduale. Non eliminerà operatori dall’oggi al domani, però nel tempo premierà chi lavora in modo ordinato e penalizzerà chi si muove senza visione. Più che una selezione per dimensione, sarà una selezione per metodo.

Guardando ai prossimi anni, che tipo di evoluzioni ti aspetti nel mercato della bulloneria con l’introduzione del CBAM?

Mi aspetto maggiore attenzione alla filiera, meno improvvisazione e rapporti di fornitura più stabili. Non vedo una rivoluzione immediata sui prezzi, ma un’evoluzione nella qualità delle relazioni commerciali e nella professionalità degli operatori.

Pensi ci sia il rischio che il prezzo torni a essere l’unico criterio di scelta, ma in modo più mascherato?

Sì, questo rischio esiste. Parlare di CBAM o sostenibilità senza dati reali può diventare un modo elegante per tornare a competere solo sul prezzo. Per questo servono trasparenza e coerenza, non solo comunicazione.

Ci saranno casi in cui rispettare pienamente il CBAM significherà rinunciare a fornitori storici?

È possibile. Non per scelta ideologica, ma pratica. Se un fornitore non è disposto a condividere dati minimi o a migliorare i propri processi, nel tempo diventerà difficile continuare a lavorare insieme.

Pensi che in futuro la capacità di gestire normative come il CBAM diventerà parte del valore percepito di un fornitore?

Assolutamente sì. Così come oggi diamo per scontata la qualità logistica o amministrativa, domani sarà normale aspettarsi competenza normativa. Non sarà un vantaggio competitivo, ma un prerequisito.

Tra cinque anni, guardando indietro, il CBAM sarà ricordato come un ostacolo o come un punto di svolta?

Probabilmente come un punto di svolta. Non perché abbia cambiato tutto, ma perché ha accelerato un processo già in corso: quello verso filiere più consapevoli, meno opache e più professionali.

Trasparenza, metodo e competitività



Il CBAM non introduce solo nuovi obblighi, ma rende evidente una trasformazione già in atto nel mondo industriale: quella verso filiere più trasparenti, dati più strutturati e relazioni di fornitura basate su metodo e affidabilità, non solo sul prezzo. In questo scenario, la normativa diventa un acceleratore di consapevolezza, più che un semplice vincolo da gestire.
Come emerge anche dall’intervista, il vero impatto del CBAM non sarà immediato né uniforme, ma progressivo. Riguarderà il modo in cui le aziende leggono il mercato, selezionano i partner e costruiscono il proprio posizionamento nel tempo. Chi saprà affrontare questo cambiamento con approccio pragmatico, visione e capacità di adattamento non si limiterà a essere conforme, ma potrà trasformare una complessità normativa in un elemento di solidità e credibilità. Perché, sempre più, il futuro dell’industria passerà dalla capacità di coniugare competitività, trasparenza e responsabilità lungo tutta la filiera.

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